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Intervista · Agosto 2026

Carmelinda Gentile

«…E alla fine diventai Betty Boop»

Premio nazionale Più a Sud di Tunisi

Premio nazionale Più a Sud di Tunisi, XXI edizione
sezione Opera prima, 2026

Attrice, regista e ora anche scrittrice, Carmelinda Gentile ha trasformato le proprie esperienze in un’opera densa di ironia, poesia e desiderio di rinascita. Il suo esordio letterario, pubblicato da Aurea Nox, ha vinto il Premio nazionale Più a Sud di Tunisi nella sezione Opera prima.

Ecco le nostre domande per la nostra Betty Boop.

Copertina di «…E alla fine diventai Betty Boop» di Carmelinda Gentile
Aurea Nox, 2026
Dieci domande
I

«…E alla fine diventai Betty Boop» nasce da un passaggio decisivo della tua vita ed è un’opera profondamente personale. Che significato assume per te il prestigioso riconoscimento ricevuto dal Premio nazionale Più a Sud di Tunisi?

Per me è stata una grande sorpresa. Quando ho scritto questo libro, sono state tante le emozioni a ispirarmi e, soprattutto, il desiderio di raccogliere fondi per la prevenzione. Mai avrei immaginato che potesse emozionare così tante persone e, addirittura, ricevere un premio così prestigioso.

Non c’erano ambizioni, ma solo il desiderio di fare un dono e di raccontare l’amore nelle sue diverse forme, perché troppo spesso dimentichiamo che è l’unica cosa che conta. Credo che le cose nate da un’emozione sincera abbiano una forza speciale. Non vengono create per ottenere qualcosa e, forse, è proprio per questo che riescono ad arrivare al cuore degli altri. Questo premio, per me, è la dimostrazione che la sincerità trova sempre la sua strada.

II

Perché hai scelto proprio Betty Boop come immagine della tua trasformazione? Quanto c’è, in questo titolo, di ironia e quanto della donna che oggi riconosci nello specchio?

Betty Boop è un simbolo di trasgressione, leggerezza e gioia di vivere, nonostante tutto. L’ironia del titolo è legata proprio a quella sua parte buffa, tenera e un po’ sfortunata, nella quale mi riconosco.

La donna che oggi vedo nello specchio è una persona che prova ogni giorno a dare un senso anche alle cose che, apparentemente, un senso non ce l’hanno. È un po’ come riflettersi in un vecchio cartone animato: ritrovare qualcosa di sé in un personaggio nato per far sorridere, ma capace, a suo modo, di raccontare anche la fragilità, la forza e la voglia di ricominciare.

III

Nelle prime pagine definisci il libro «un atto di presenza», un modo per affermare che nulla di ciò che viviamo deve andare perduto. I tuoi lettori hanno confermato questo tuo intento? Ti sentono presente?

Credo che i miei lettori abbiano instaurato con me un rapporto di grande affetto, perché nelle pagine del libro ritrovano qualcosa di sé. Si riconoscono nelle emozioni, nelle fragilità e nelle speranze che racconto e, soprattutto, si sentono ispirati da quello spirito di condivisione che è alla base di tutta l’opera. In fondo, questo libro nasce proprio dal desiderio di condividere e di far sentire meno soli gli altri.

IV

Il libro alterna poesia, memoria autobiografica, racconti ascoltati e storie immaginate. La tua scrittura è capace di tenere insieme leggerezza e profondità, senza sacrificare né l’una né l’altra: in questo ti ha aiutato il tuo senso dello spettacolo?

Sicuramente il fatto di lavorare con le emozioni umane da tutta una vita ha influenzato profondamente il mio modo di scrivere. Il teatro mi ha insegnato ad ascoltare le persone, a cogliere le loro fragilità, i loro silenzi e le loro contraddizioni. Credo che tutto questo sia entrato naturalmente anche nella mia scrittura, permettendomi di tenere insieme leggerezza e profondità senza rinunciare né all’una né all’altra.

V

Nel testo scrivi che viviamo nel «mondo della brevità», mentre la vita interiore ha bisogno di tempo. La scrittura rappresenta per te la tua forma di resistenza alla velocità e alla superficialità contemporanee? Il tuo tempo lento?

Il tempo ha assunto contorni diversi. Alle volte lo inseguo, altre lo rincorro e, nei racconti, riesco perfino a fermarlo. La scrittura, per me, è diventata il luogo in cui il tempo rallenta, dove posso ascoltare davvero ciò che provo e dare spazio a emozioni che, nella frenesia della vita quotidiana, rischierebbero di passare inosservate.

VI

La Sicilia è viva nell’opera attraverso il mare, il vicolo Lettighieri, il dialetto, il matriarcato, la famiglia e numerose figure femminili. Che cosa hai finalmente compreso delle tue radici soltanto dopo esserti trasferita ad Amsterdam?

Delle mie radici ho compreso che muovono ogni mia immagine, ogni mia manifestazione artistica. Sono come un marchio impresso nelle mie ispirazioni. È da lì che traggo ogni energia: lì finisce e ricomincia sempre tutto. Anche vivendo da tanti anni lontano dalla Sicilia, mi sono resa conto che non me ne sono mai andata davvero, perché la porto dentro di me in ogni cosa che creo.

VII

Vieni dal teatro e sei conosciuta dal grande pubblico anche per il ruolo di Beba nella serie «Il Commissario Montalbano». Scrivendo hai continuato a interpretare vite diverse oppure hai sentito il bisogno di presentarti senza maschera?

Io sono presente in ogni frase e in ogni racconto. Come un Mangiafuoco, ho mosso storie e personaggi per parlare di me, per raccontare la mia vita tra le righe. Ogni storia è legata a un mio percorso, a un’esperienza, a una ferita o a una parte di me che, attraverso la scrittura, ha trovato il modo di emergere.

VIII

Ad Amsterdam hai fondato il Korego Theater Group e hai dato vita a «Passo dopo Passo», un progetto nel quale l’esperienza personale diventa condivisa. Che cosa può offrire l’arte nei momenti in cui le parole ordinarie non sembrano più sufficienti?

Credo che l’arte possa essere una delle più grandi forme di cura. Con la sua inestimabile bellezza è, da sempre, una possibilità di salvezza in tutte le sue forme, perché ci porta altrove, in quella dimensione in cui navighiamo verso lidi dell’anima ed energetici, lontani dalla miseria umana. È uno spazio in cui ritroviamo noi stessi e, anche solo per un istante, ricordiamo che esiste ancora la bellezza.

IX

Nel 2024 hai ricevuto il titolo di Cavaliere dell’Ordine della Stella d’Italia per il tuo contributo alla diffusione della cultura italiana nei Paesi Bassi. Ora il Premio Più a Sud di Tunisi ti riporta simbolicamente nell’estremo lembo della Sicilia: questi due riconoscimenti riescono a congiungere le tue due patrie artistiche?

Diciamo che questi due premi mi ripagano di tanti sacrifici e mi confermano una cosa in cui ho sempre creduto: ciò che conta davvero è la qualità di quello che fai, non la popolarità fine a se stessa. I riconoscimenti più belli arrivano quando il tuo lavoro riesce a lasciare qualcosa negli altri, non quando cerca semplicemente di attirare l’attenzione.

X

Nelle pagine conclusive del libro racconti la ricerca di nuovi sogni, mete, passioni e connessioni. Dopo Betty Boop e questo primo importante riconoscimento letterario, quale nuova Carmelinda sta cominciando a prendere forma?

Sono ancora in cammino. Sto elaborando tante cose e non so ancora quale forma assumeranno dentro di me. Ogni libro, in fondo, è anche una scoperta di sé. Per questo non posso sapere cosa nascerà domani: lo scoprirò soltanto mentre scrivo.

Quarta di copertina di «…E alla fine diventai Betty Boop»
La quarta di copertina

«…solo l’amore può guardare le cicatrici e non scappare, e solo davanti all’amore le ho potute raccontare.»

Carmelinda Gentile

Il libro nasce anche come gesto concreto: raccogliere fondi per la prevenzione. È il nastro che accompagna la quarta di copertina, e la ragione per cui queste pagine, prima ancora di essere un’opera prima, sono state un dono.

Il libro

«…E alla fine diventai Betty Boop» è pubblicato da Aurea Nox. Poesia, memoria autobiografica, racconti ascoltati e storie immaginate si alternano in un unico movimento di rinascita, tra la Sicilia delle origini e Amsterdam.